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Gli effetti della Brexit in Europa e cosa prevede la Clausola di Recesso ❌

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Sono molteplici gli effetti della Brexit, ma procediamo con ordine. L’uscita del Regno Unito dall’UE è stata una conseguenza diretta del risultato del referendum tenutosi il 23 giugno 2016. Si è trattato, quindi, di una scelta della cittadinanza britannica. In Scozia e Irlanda del Nord la maggioranza della popolazione si è espressa contro la Brexit, ma il voto aggregato ha condotto il resto del Paese in un’altra direzione. Come previsto dall’art. 50 del Trattato sull’Unione Europea, la Gran Bretagna ha dunque notificato la decisione al Consiglio Europeo in data 29 marzo 2017.

Il procedimento per pervenire a un accordo è stato lungo e tortuoso; l’uscita dovrebbe divenire effettiva il 31 ottobre 2019. Le conseguenze della Brexit, e, in particolare, di un’uscita “no deal” (letteralmente “senza accordo”), avranno un impatto negativo sui vari settori dell’economia britannica tra cui quello del Food & Beverage, dove le principali tutele sono contenute in regolamenti comunitari.

Vediamo cosa prevede la clausola di recesso e qual è la procedura da seguire nel caso in cui uno Stato membro decida di esercitarla.

Indice dei Contenuti

LA CLAUSOLA DI RECESSO

La clausola di recesso, prevista dall’art. 50 del Trattato sull’Unione Europea, è stata introdotta con il Trattato di Lisbona, in vigore dal 1° dicembre 2009. La scelta dell’introduzione della suddetta clausola è legata alla volontà di creare un clima europeo più democratico, efficiente e trasparente. In passato il diritto di recesso di uno Stato membro dell’UE trovava la propria base normativa nella Convenzione di Vienna del 1969. Secondo l’art. 54 di quest’ultima, il recesso di uno Stato era previsto «in ogni momento, per consenso di tutte le parti, previa consultazione degli altri Stati contraenti», mentre l’art. 62 consentiva il recesso qualora «la situazione fosse cambiata in modo talmente drastico che gli obblighi dei firmatari si erano radicalmente trasformati».

LA PROCEDURA DI RECESSO

L’art. 50 del Trattato sull’Unione Europea prevede, ad oggi, un meccanismo di recesso volontario e unilaterale di un Paese dall’UE. A tal proposito, il primo comma dell’articolo afferma: «Ogni Stato membro può decidere, conformemente alle proprie norme costituzionali, di recedere dall’Unione».

Il recesso, però, non avviene in modo automatico. Lo Stato decisore deve notificare al Consiglio europeo l’intenzione di farlo. Solo allora il Consiglio europeo è tenuto a fornire orientamenti su un accordo che stabilisca le modalità di recesso dall’Unione.
L’accordo deve essere deliberato dal Consiglio a maggioranza qualificata, previa approvazione del Parlamento europeo. Formalizzato l’accordo, i trattati europei cessano di essere applicati allo Stato interessato a decorrere dalla data di entrata in vigore dell’accordo o 2 anni dopo la notifica del recesso.

Si tratta di una procedura conforme ai principi di democrazia ed efficienza, ma non così semplice d’attuare. Prima della Brexit, nessun altro Stato aveva usufruito del diritto di recesso.

L’ACCORDO

L’accordo dev’essere negoziato in conformità all’art. 218 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE). La Commissione europea ha il compito di condurre il negoziato, che, così, assumerà la forma di un trattato internazionale a tutti gli effetti. Come la Brexit insegna, il procedimento per giungere a un accordo è molto lungo e complesso, poiché intende prima definire le modalità di recesso del Paese in questione, dopo i possibili danni per entrambe le parti, ovvero il Paese uscente e gli Stati membri europei.

YELLOWHAMMER: IL PIANO DI USCITA "NO DEAL"

Yellowhammer è il nome in codice che Londra ha dato al piano per uscire dall’UE senza accordo. Il nome, scelto dalla regina in persona, prende ispirazione da un uccellino dalle piume gialle e marroni, recentemente dichiarato in UK a rischio estinzione.

Il piano illustra il peggior scenario che la Brexit può causare.

Nell’ambito dei trasporti, gli attraversamenti del Canale della Manica potrebbero ridursi fra il 40% e il 60%, ma altri settori potrebbero essere coinvolti: sono previsti aumenti dei prezzi dei generi alimentari e del carburante, problemi nella fornitura di farmaci e possibili disordini pubblici e tensioni fra i cittadini.
Far parte dell’unione doganale dell’UE garantisce l’entrata e l’uscita delle merci da un Paese all’altro senza eccessivi controlli. Uscendo senza accordi, però, la frontiera con la Francia e con gli altri Paesi UE sarebbe chiusa per l’UK, con i relativi controlli su tutte le merci in transito. La stessa cosa vale per i cittadini britannici, che, a quanto pare, non godranno più del diritto di libera circolazione e soggiorno all’interno dei confini europei.

Secondo la Banca d’Inghilterra, la quinta economia al mondo vedrà il proprio prodotto interno lordo (PIL) scendere di circa il 5,5%, la disoccupazione raddoppiare fino al 7% e l’inflazione salire al 5,5%.

All’interno del documento si legge che: «Alcuni servizi finanziari transfrontalieri del Regno Unito saranno interrotti. I dati delle forze dell’ordine e la condivisione di informazioni tra Regno Unito e UE saranno interrotti. I cittadini britannici perderanno la loro cittadinanza europea e, di conseguenza, con passare del tempo è possibile che perderanno i diritti associati, nonché l’accesso ai servizi pubblici in Europa, oppure saranno richiesti di accedervi su una base differente».

LE RIPERCUSSIONI SUL MERCATO UNICO

La prima cosa da evidenziare è che le economie dei vari Stati membri, in UE, s’integrano a vicenda all’interno delle catene globali del valore. Di conseguenza, l’uscita della Gran Bretagna dal mercato unico non solo influenzerà le economie degli altri Paesi europei, ma potrebbe anche portare a una crisi recessiva. L’appartenenza a un mercato unico, caratterizzato dalla libera circolazione di beni, persone, merci e capitale, d’altronde, rappresenta da sempre una grande opportunità e la Brexit, purtroppo, ha stravolto questi equilibri.

Con l’uscita dall’UE, il Regno Unito diventerà un Paese terzo. Nel settore alimentare le conseguenze non sono poche. Le etichette dei prodotti realizzati nel Regno Unito dovranno riportare, oltre al produttore inglese, anche l’indicazione della ragione sociale e l’indirizzo del soggetto importatore all’interno dell’UE. Sarà l’importatore, in qualità di operatore del settore alimentare (OSA), a dover garantire la correttezza delle informazioni riportate sull’etichetta. Com’è facile intuire, tutto ciò avrà notevoli risvolti in tema di responsabilità; in tema di certificazioni, quelle rilasciate dalle autorità del Regno Unito non consentiranno più l’immissione in commercio di prodotti con certificazione biologica nell’UE.

Persino le indicazioni geografiche non saranno più protette. Tra le interrogazioni al Parlamento europeo si legge: «Nel Regno Unito sono frequenti casi di contraffazione di prodotti italiani ed europei, protetti dal sistema UE delle indicazioni geografiche, come il falso Prosecco alla spina o i kit “fai da te” di falso vino italiano in polvere. Questa tendenza (…) potrebbe trovare il via libera definitivo, svincolandosi dai limiti imposti dalla normativa comunitaria. (…) La legislazione britannica non prevede infatti garanzie specifiche per i 3000 prodotti DOP/IGP europei, dei quali 800 sono “Made in Italy”».

Cosa ne pensa, però, il Regno Unito di tutto questo? Sostanzialmente in Gran Bretagna si distinguono due correnti di pensiero: da un lato i sostenitori della Brexit ritengono che non ci saranno grandi ripercussioni in seguito all’uscita dell’UK dal mercato unico, in quanto i Paesi UE hanno un interesse commerciale nel rimanere in ottimi rapporti con il Regno Unito, grande importatore di beni e servizi; dall’altro ci sono gli europeisti, cui maggior timore è che le imprese straniere non investano in UK.

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